Walter Guadagnini | Dismisure

A partire dalle tele di ormai vent’anni fa, popolate di animali intenti alle occupazioni più curiose, antropomorfizzati non tanto nella forma quanto negli atteggiamenti, nelle sovrastrutture del comportamento e dell’abbigliamento, Herrero lasciava intuire un approccio all’apparenza favolistico, in realtà patafisico, all’immagine e al suo senso. Erano, anche quelli, organismi modificati, a ben vedere; un bestiario fantastico che rimandava da un lato a una lunga tradizione pittorica e illustrativa, dall’altro – e forse soprattutto – a un approccio alla natura e alle apparenze del mondo intriso di visionarietà di matrice surrealista. Non era tanto “La Bella e la Bestia” nella versione di Cocteau, e nemmeno si trattava delle astute messe in scena di Dalì, il pensiero poteva andare piuttosto alle figure zoomorfe di Ernst, depurate dell’aspetto simbolico e totemico, riportate alla loro origine di metamorfosi in atto. Figlie ancora di dada, del suo non-senso concepito come unica possibilità di rapporto con il mondo circostante, elaborate però con gli strumenti della pittura, a rimarcare forse, dati i tempi, l’inattualità costitutiva del proprio fare arte. Su quelle basi, si è costruita poi la vicenda artistica di Herrero, resasi via via più complessa sia nello strumentario che nei pretesti figurali, nella costituzione complessiva dell’opera.
Un’opera che spesso è andata a dialogare direttamente con lo spazio reale, che è fuoriuscita dalle due dimensioni per affrontare i temi dell’oggettualità, dell’esperienza fisica delle cose, fino ad arrivare a una pratica installativa di grande impatto visivo ed emotivo. Il fulcro dell’attenzione dell’artista è rimasto però concentrato sui temi a lui più cari, primo tra tutti quello del rapporto tra l’uomo e il mondo che lo circonda : non più il mondo animale, ma il mondo tout court, rappresentato (letteralmente) nella sua dimensione oggi meno consueta alla vista e all’esperienza, vale a dire quella naturale.
Paesaggi, allora, fenomeni atmosferici, piante, nuvole, mari, tutto rimanda a un desiderio di misurarsi con una natura concepita come dismisura, come luogo di un confronto impari con l’umanità, ma a partire ancora una volta da una perdita : come scrive lo stesso artista, “la sua immagine diventa un vecchio soggetto alla deriva che si inabissa rassegnato dentro al proprio tema”. Sono paesaggi singolari, nei quali affiorano nemmeno troppo velati i riferimenti alle poetiche del sublime, là dove il fascino dell’orrido, della paura, sembra prendere il sopravvento sulla consueta ironia; dove, a ben vedere, vi è quasi un percorso temporale, decostruito ma non irriconoscibile : nuvole, fulmini, pioggia, e la devastazione finale di campi quasi rasi al suolo, forse proprio da quella tempesta, o da qualche esperimento umano. In questo senso, è comprensibile la presenza degli elementi extrapittorici all’interno di questi lavori : i vasi, la clessidra, le bottiglie, funzionano come una sorta di controcanto alla drammaticità ostentata della pittura, manifestano quella combinazione di spirito poetico e spirito ludico, quella capacità di evitare la retorica che è cifra costante – e necessità vera – dell’opera di Herrero. I vasi comunicanti sono insieme forma e materia perfette, gioco di parole, contenitori di senso. E’ dunque un costante bilanciamento tra tensioni opposte, o quantomeno diverse.

(…) Ma si torni a guardare queste immagini non con l’intenzione di riconoscere qualcosa di noto, ma affrontando semplicemente ciò che è dipinto: ci si accorgerà che i piani sono ambigui, che non è semplice distinguere ciò che è in primo piano da ciò che è in secondo, ciò che copre e ciò che è coperto. Ci si accorgerà di trovarsi di fronte a immagini la cui visione complessiva è sempre impedita, di trovarsi di fronte a una serie di frammenti che non si compongono mai in unità (o la cui unità si ricompone, per l’appunto, nella nostra coscienza, ma non nei nostri occhi). L’occhio viene posto costantemente sotto scacco, alla ricerca di una riconoscibilità impossibile – chi può con certezza affermare che cosa siano le forme che vediamo ? -, proprio nel momento in cui tutto pare chiaro, tutto pare esaurirsi in una dialettica tra ragione e sentimento di facile decifrazione (…) É come se lo spettatore stesse assistendo al formarsi di un’immagine, a quell’azione di scavo nella materia pittorica che lo stesso artista paragona alla pratica incisoria. Da cui, certo non a caso, possono discendere anche i rimandi alla pratica fotografica, che sono in questa serie espliciti come mai prima d’ora.

(…) Ancora, l’interrogativo paradossale che si pone, è se queste forme siano dei pieni o dei  vuoti, se siano forme cadute sulla superficie casualmente – come volevano Arp e Man Ray nei loro racconti – o se invece siano la prima tappa di una lenta ma inesorabile conquista del mondo da parte di una razionalità che si oppone al disordine, ormai in via di estinzione, rappresentato dalla natura. Perché questa sembra infine essere la questione che tutto il lavoro di Herrero solleva, talvolta come in questo caso con una grazia e una leggerezza straordinarie, talvolta invece con una cupezza inquietante : se e come sia possibile affrontare ancora, attraverso la pittura, alcune questioni relative alla presenza dell’uomo sulla terra, e ai suoi comportamenti quotidiani. É chiaro che la scommessa è duplice, perché non solo presuppone che l’arte abbia ancora la voglia e la capacità di riflettere non su se stessa ma sul mondo (anche senza la pretesa, modernista, di cambiarlo), ma presuppone anche che questo accada attraverso un linguaggio, quello pittorico, che sembrerebbe destinato a soccombere – almeno in questo ambito – di fronte all’efficacia dei tanti mezzi oggi a disposizione per creare immagini. Però, è proprio lo spazio di libertà rispetto al reale e alla sua rappresentazione che ancora appartiene alla pittura, la sua capacità di attingere a una dimensione altra rispetto alle apparenze del mondo, ad avere sempre affascinato Herrero e ad avere guidato il suo viaggio tra le immagini, ed è questa sfida a rendere ancora più affascinante l’artificiosa naturalezza di questi quadri.

2018-05-17T16:47:50+00:00